Augusto Pieroni

La seconda vita dell’insensato

Junkspace è piuttosto un accumulo che una fotosequenza; trasforma lo spazio espositivo piuttosto in una Wunderkammer che in un’installazione fotografica; le immagini non si presentano tanto in veste di indizi, quanto di fenomeni; il fotografare non è qui tanto un indagare, quanto un subire, un assorbire, un trattenere. Esercizio di classifazione conativa secondo un ordine inattingibile, Junkspace potrebbe essere, pertanto: onnivoro, vorace, celibe, benedicente, eterogeneo, generoso, sovversivo, volitivo... Il Sistema dallo schema ad albero evolve una volta ancora in quello a rizoma, a passi di fianco, ad accoglimenti e rifiuti. Le connessioni si fanno mercuriali, sulfuree, sfuggenti e dinamiche; le somiglianze selvagge emergono perciò tanto impensate quanto cogenti.

Non si fa un testo su questo fotografare, perché esso non procede per vie lineari, per congiunzioni logiche, per connessioni causali, per inizi-svolgimenti-fini. Vi è ritmo, progressione, sintassi, ma non vi è un algoritmo teleologico, o tesi da dimostrare, né fotogenie innovative. Non vi si crea nulla che non vi fosse già, e in ampio eccesso. Un qualcosa però che, a sua volta accumulato in quanto fotografia, si espone in quanto grumo, gnòmmero gaddiano, labirinto. Non vi è qualcosa se non che… un’immagine o più d’una sono divenute preda di… un autore si mostra attraverso… una situazione si dà da vedere come… un saper fare e pensare si evidenziano per… Insomma Junkspace non sarebbe che l’infraordinario vorticoso, e - come tale – a Marcello Di Donato spetta di porlo tra le parentesi quadre del mirino, di impaginarlo e sequenzializzarlo concettualizzandolo. L’autore riprende, così, un certo perdersi tra le merci, tra i passaggi, tra le città del mondo, tra periferie - meno urbanistiche che visive - che si somigliano ovunque e che ovunque sono ricettacoli del meraviglioso ordinario.

E: oh il nostro squallore quant’è profondamente umano! Ma anche: oh la nostra umanità quant’è profondamente squallida! E: oh come sa essere denso il vedere quand’anche si concentri sul qualunque! E così pure: oh come sa essere qualunque il vedere, quand’anche si concentri sulla densità! C’è del Ghirri, qui e là, ma forse la giusta epitome di Junkspace è piuttosto il wittgensteiniano “e così via”: la regola si apprende giocando, il gioco è opera, l’opera è mondo, e il mondo tutto - a sua volta, perciò - non è che un grande gioco.

Junkspace come mosaico ordinato del banale eterogeneo; riciclaggio dubitativo dello scarto; progetto senza fine e senza fini, scimmia del mondo stesso nella sua affascinante insensatezza, e perciò stesso, bizzarramente, opus d’artificio: e per ciò sensato, organico e - guarda un po’ - perfino politico.